Riflessioni di CambiamentoStoria di un ABUSO e di una RESURREZIONE di Beppe Pasini

24 Novembre 2020
Riflessioni di Cambiamento
26 novembre 2020

 

STORIA DI UN ABUSO E DI UNA RESURREZIONE

di Beppe Pasini

 

Enio lavora come medico in un ospedale pubblico del centro Italia, è sposato e padre. Sta attraversando un momento difficile della sua vita, si sente demotivato riguardo il lavoro e preoccupato per il figlio primogenito, verso il quale ha spesso atteggiamenti aggressivi che teme sfocino in violenza incontrollata. Cosa sta accadendo a Enio? E al suo rapporto con il figlio? Da dove viene la violenza che teme di rivolgergli? La risposta ad alcune di queste domande sarà l’esito di un percorso di psicoterapia nel quale l’ho accompagnato a trovarle per rincontrare il bambino che fu e immaginare il futuro.

Norina, la madre di Enio, conosce Ettore il futuro marito e padre di Enio, nei primi anni ‘60, in coincidenza di un drammatico evento. Nel corso di un incidente automobilistico a bordo della sua auto travolge e uccide una donna, madre di quattro figli, mentre è in bicicletta. Norina, allora solo diciannovenne e con nove anni di meno, se ne innamora e anche motivata da forti valori di abnegazione religiosa, lo sposa. La coppia si stabilisce in un paesino vicino e forse per pietà e timore di risollevare sofferenza, nelle conversazioni famigliari non si fa più parola di quella drammatica vicenda. Dalla loro relazione nascono quattro figli: Andrea, Valter, Enio e dopo molti anni Elsa.

Enio ricorda a fatica e in modo confuso i primi anni della sua vita; il suo racconto si fa via via più vivido facendosi strada progressivamente tra forti imbarazzi e censure alla ricerca delle parole per nominare cosa gli accadde. La sua memoria d’infanzia evoca soprattutto la madre, descritta come aggressiva e violenta verso i tre figlioletti nella totale assenza del padre. Innumerevoli sono gli episodi in cui i bambini vengono picchiati aspramente; ogni occasione sembra buona per riempire i figli di ceffoni e rimbrotti deprimenti salvo poi vantarsi di loro di fronte alla piccola comunità del paese mantenendo su quel che in realtà accadeva un impenetrabile silenzio. È in particolare Andrea il primogenito che più di tutti fa le spese di quella furia incontrollata che crea tra i fratellini un clima di timore omertoso. Forse che Norina riversava tutta la sua frustrazione sui figli colpevoli di non aver ‘scaldato’ l’animo del marito ma anzi allontanandolo ancora di più, vanificando così il sogno per il quale aveva sacrificato la sua giovane vita? È in quell’ambiente di coercizioni e botte che per anni si consumano gli abusi che Enio, nell’isolamento e abbandono famigliare durante i pomeriggi in casa, subisce ad opera del fratello maggiore Andrea. Tra molte titubanze e ritrosie iniziali, Enio ricorda che in quegli anni quotidianamente il fratello lo obbligava a sottostare alle sue pratiche sessuali alle quali gli era impossibile sottrarsi fino a farle diventare un consueto e grottesco rituale.

Enio non fa mai parola con i genitori di ciò che accadde tra lui e il fratello, forse per paura di ritorsioni o per la vergogna di ciò che subisce senza ribellarsi pur chiedendosi come fosse stato mai possibile che in casa nessuno si accorgesse di nulla o peggio se il clima omertoso e ipocrita che vi regnava avesse fatto volgere da un’altra parte lo sguardo perbenista dei genitori, rendendoli complici. Quegli accadimenti causano alla sua vita un trauma insanabile e un coacervo di inesprimibili sentimenti mischiati paradossalmente al senso di colpa per quanto aveva subito. Come se egli stesso sentisse di aver provocato gli abusi ricevuti. I figli reagiscono ognuno diversamente a quella infelice stagione: Andrea si dedica alla carriera universitaria, Valter diviene un facoltoso imprenditore, Elsa una instancabile viaggiatrice.

E Enio? Diviene un medico professionalmente assai stimato ma coltiva dentro di sé una profonda insoddisfazione mista a una inguaribile tristezza che talvolta si esprime in improvvisi accessi di ira quando rivede nel figlio lo stesso atteggiamento remissivo e rinunciatario vissuto da bambino. Tra i fratelli, una volta adulti, si creano abissali distanze affettive improntate a relazioni sporadiche e superficiali che sebbene li proteggono dal fare i conti con quel drammatico passato, comportano un costo altissimo. Enio percepisce che la sua vocazione professionale non è l’esito di una scelta libera e autonoma ma piuttosto appiattita sulle attese dei genitori e di quella passiva remissione alla quale anche da adulto dovette sottostare per celebrare il buon nome della famiglia. Proprio come accadeva in quei lontani pomeriggi d’infanzia.

Ma Enio esercita una particolare abilità e sensibilità nello svolgere il suo lavoro. È una competenza che molti colleghi volentieri gli demandano e che non ha appreso in alcun corso di specializzazione: accompagna i pazienti terminali a morire. Lo fa in modo intenso e partecipato, parla con loro, comunica la diagnosi infausta con voce calda e partecipata, siede sul loro letto, li prende per mano, li conforta, dialoga con i famigliari affranti ascoltandone il dolore partecipandovi intensamente. Per ognuno ha una parola di conforto. Sente che la vita dei suoi pazienti, quando ha annunciato loro che rimane poco tempo per vivere, non è meno intensa e importante ed anzi il permesso liberatorio di parlarne stando loro accanto fino al termine, dona a quel tempo un valore insostituibile e vitale. Sostenendoli nell’attraversare l’ultima soglia scopre che è proprio in quella desolante terra di nessuno, di fronte all’inconoscibile mistero della fine dell’esistenza, che si sente pienamente e profondamente medico. Comprende che è a questo che si vuole dedicare in futuro, diventerà un esperto di cure palliative. Tra quella umanità disperata ritrova simbolicamente il bambino che è stato, consolandone il grido silenzioso e inascoltato; accompagnando amorevolmente le persone verso l’ultima soglia, conforta sé stesso risorgendo un po’ dopo ogni addio.

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