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24 Novembre 2020

QUALCOSA CHE CI RIGUARDA


“Se mi fermassi io, si fermerebbe tutto”

Una frase che negli anni della mia infanzia mia mamma pronunciava nei momenti in cui era più sovraccarica del solito. Diventare a mia volta mamma mi ha fatto ritornare alla mente questa affermazione e come accade spesso, il cambio generazionale chiama a cambiamenti o a ripercorrere le medesime strade.
Io ho provato a muovermi (non che mia madre non lo facesse!) nella direzione di ricerca di soluzioni nuove a questa sensazione di sopraffazione e immobilità. Lavorare in tre strutture che accolgono donne in situazione di disagio e donne vittime di violenza mi sta nuovamente portando ad interrogarmi su questioni importanti che necessitano di una costante ricerca di possibili soluzioni, collegamenti, relazioni e strade inedite.

Al giorno d’oggi sono frequenti le notizie di femminicidi che lasciano dietro di loro orfani e sofferenza. Fortunatamente da qualche anno si è posta maggiore attenzione a messaggi che richiamano l’attenzione di tutti circa il fenomeno: iniziative di sensibilizzazione, panchine rosse, punti di riferimento fondamentali come i centri antiviolenza e un numero nazionale dedicato .

Dove ci collochiamo noi in tutto ciò?
Cosa ha a che fare questo con la mia personale premessa?
La Cooperativa Sociale Il Mosaico, da sempre vicina e attenta alle fragilità del prossimo, dal 2016 ha voluto dedicare in modo esclusivo parte delle sue attenzioni, servizi e progetti, alle donne vulnerabili e in difficoltà.
Da sempre abbiamo dato sostegno alle famiglie che chiedevano aiuto, ma da quell’anno non abbiamo mai smesso di lavorare con le donne e i loro figli che nelle loro storie di vita non avessero la violenza.
Sono state aperte tre strutture residenziali per donne vittime di violenza: Casa 8 Marzo, Casa Maristella e Casa Mamma Margherita.

Vi chiedo uno sforzo nel seguire il mio avanti e indietro nel tempo, su e giù per i discorsi; mi piace farlo con voi che leggete come se fossimo ad un tavolo a parlare. Immaginatemi gesticolare, lo faccio molto!
Cosa accade a una donna quando decide di chiedere aiuto per le violenze subite? Cosa succede quando non è l’uomo ad essere allontanato dalla casa familiare o dal paese di residenza della donna? Cosa accade a queste donne e ai loro figli?
Noi ci inseriamo in quella parte di lavoro che deve accogliere, dare sicurezza, garantire un luogo sicuro, dare uno spazio di vita bello e sano, consentire gradualmente una ripartenza, affiancare in un percorso di uscita dalla violenza e conquista di una nuova autonomia.

Accogliere, dare sicurezza, garantire un luogo sicuro.
È un compito delicato e prezioso. “Casa” dovrebbe essere per antonomasia “il luogo sicuro” ma in realtà può essere diventato “l’inferno”. Con le tre case che abbiamo aperto a queste donne, dobbiamo dimostrare che è ancora possibile sentirsi al sicuro in una casa; che fare una doccia in tranquillità (e non certo per il tempo a disposizione ma per la possibilità di non dover abbassare la guardia) e con l’acqua calda è possibile; che dedicare qualcosa anche a loro stesse e non solo ai figli si può; che ci si può abbandonare tra coperte calde e pulite quando la notte tutto diventa più scuro e ci si sente più vulnerabili ed esposte.

Dare uno spazio di vita bello e sano.
Per noi è fondamentale accogliere nel “bello”, far vedere che la bellezza esiste ed è anche attorno a loro.
Questa bellezza la possono ricercare negli altri e circondarsene. Ci piace “insegnare” a ricercare il bello e a mantenerlo: negli spazi vissuti, nelle relazioni e anche nel proprio corpo.
È speciale il percorso di trasformazione di una donna: all’arrivo si presenta ricurva su sé stessa e dopo qualche tempo è desiderosa di essere bella e farsi bella.
Il dedicarsi alla cura di sé e degli altri, al mantenimento di quello che le circonda (pulire gli spazi verdi delle case, curare i fiori, pulire le proprie stanze…) diventa un sintomo di benessere della donna ed un mezzo per accompagnarle nel nuovo percorso di vita.

Consentire gradualmente…

. . . una ripartenza ed un percorso di uscita dalla violenza.
Su questi aspetti chiedo sempre uno sforzo: l’uscita dalla violenza, per quanto si cerchi di programmarla ed evitare che arrivi improvvisamente, comporta sempre uno strappo. Uno strappo con un prima, con dei familiari, con delle comunità, con delle reti di amicizie e conoscenze, con un territorio.
Pensiamoci lontani da tutto ciò che siamo, in posti nuovi e sconosciuti a ricominciare da capo. Per molti di noi la parola libertà si associa immediatamente a qualcosa di positivo, ma per molte di queste donne inizialmente è spaesamento, incognite, paure… consideriamo che talvolta per la donna si aggiunge il carico dei figli: la scuola si ferma per un pò, i compagni non si vedono più e poi ne si conoscono di nuovi, maestre nuove, nuovi paesaggi.
Alle paure della donna si sommano i sensi di colpa per i figli: per averli esposti, per non aver deciso prima, per aver deciso. “Se mi fermassi io, si fermerebbe tutto”. Se queste mamme e donne si fermassero, cosa accadrebbe? Quanto tempo potrebbero prendersi per fermarsi a pensare, a decidere, ad agire? E la reazione è possibile? Cosa comporta?

Queste donne devono ricominciare a costruire, talvolta da capo, i loro progetti e il loro futuro. Noi le affianchiamo e le supportiamo nel loro essere madri e donne, guidandole nelle scelte dove possibile, fornendo molti aiuti concreti. Una casa e del cibo.
Siamo talvolta tra i primi “volti amici” che incontrano dopo tanto tempo, ma siamo anche equamente severe nel reindirizzarle nella realtà. Noi le possiamo accompagnare per un breve momento della loro vita: la vera forza deve nascere in loro, la vera forza sono loro. Le affianchiamo nella ricerca di attività formative e in quella di un lavoro. Diamo aiuto educativo, supporto psicologico e assistenza. Al nostro fianco ci sono anche le professioniste dei centri antiviolenza o i servizi sociali che garantiscono la prosecuzione dei nostri percorsi: assistenza sociale e legale sono spesso necessarie per il percorso delle donne. Ulteriore passo è quello di trovare una nuova casa, la sistemazione della stessa con la ricerca di mobili e suppellettili, lavoro nel quale il Magazzino di mobili e il Negozio Fuorimano gestiti da Mosaico ci aiutano. Prezioso è anche il contributo della tante volontarie che, anche solo regalando un servizio da caffè, contribuiscono a costruire parte della nuova vita di una donna.

. . . e la conquista di una nuova autonomia.
Ad oggi, ottobre 2020, non tutte le donne e mamme che abbiamo accolto hanno raggiunto una nuova autonomia. Per lo meno non l’autonomia che immaginiamo spesso noi operatrici. Alcune di loro hanno trovato o mantenuto con grandi sforzi uno o più lavori per potersi permettere un affitto; alcune sono riuscite a mantenere i figli da sole, senza l’aiuto di nessuno; altre sono tornate indietro, hanno avuto paura, hanno avuto bisogno di rivolgersi alla famiglia d’origine perché da sole non riuscivano a farcela. Alcune le rivediamo e risentiamo con grandissimo affetto e ammirazione; di altre non sappiamo che vita conducano oggi.

Ad oggi, ottobre 2020, il nostro lavoro si fa ancora più difficile.
Essere donna e cercare di farcela da sole è possibile, ma complicato.
Il mondo del lavoro spesso teme “l’essere donna” con i vincoli e le possibilità che esso comporta.
Hai dei figli che vanno a scuola (oppure non ancora o non più) e se si ammalano devi accudirli perché non hai persone su cui contare o soldi a sufficienza per pagare una babysitter. Puoi o potresti avere dei figli. Sei troppo giovane e non hai esperienza o non hai potuto studiare. Sei troppo vecchia e quindi non vai più bene. Hai la patente ma hai perso la macchina. Non hai la patente ma ti muovi perfettamente con i mezzi pubblici… gli orari di lavoro però non coincidono con i mezzi.

Sto elencando delle ovvietà, con le quali molte donne hanno a che fare quotidianamente.
Le donne che accogliamo hanno paura per il loro passato, per il loro presente e per il loro futuro. A rincorrerle non c’è solo un orologio biologico ma anche il tempo della “macchina dei servizi”, sulla quale non puoi stare per sempre, per fortuna. Forse anche questa è un’ovvietà o una caratteristica tipica dei nostri tempi, nonostante il progresso, nonostante il “suffragio universale”.

Voglio riprendere un pensiero condiviso nelle serate di sensibilizzazione organizzate a Lumezzane presso la Torre Avogadro dal 22 al 25 Novembre 2019 per l’evento La Storia di Ipazia.
Queste possono essere le nostre storie, le storie di chi sta seduta accanto a noi, possiamo esserne a conoscenza o nemmeno immaginarle.
Se stessimo a fianco di ognuna di NOI pensando sensibilmente a quanto vi ho raccontato, potremmo fare evolvere, decostruire e sradicare quel “se mi fermassi io, si fermerebbe tutto”.

“Se mi fermassi io, si fermerebbe tutto”.
Diventerebbe una questione collettiva.
Una questione comunitaria.
Una cosa che ci riguarda.
Tutte, tutti.
Non più fermarsi, ma agire.

 

Angela Ottelli

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