Riflessioni di CambiamentoLA “COLLUSIONE EPISTEMOLOGICA” Terapeuta – Paziente

29 Giugno 2021
Riflessioni di Cambiamento
n. 7

 

LA “COLLUSIONE EPISTEMOLOGICA”
Terapeuta – Paziente

di Fabio Balestro

 

 

“Dottore, le faccio queste tre chiare domande ed esigo altrettanto chiare risposte: diagnosi, terapia e prognosi?”
Questa perentoria richiesta mi fu rivolta dal padre di un ragazzo adolescente che seguivo da non molto tempo. Il signore in questione era ed è un luminare nell’ambito delle neuroscienze.
Egli aveva già formulato per conto proprio un’ipotesi diagnostica riguardo alle sofferenze psicologiche del figlio: depressione adolescenziale; aveva ottenuto questo responso sottoponendo periodicamente il figlio ad una serie di scale di valutazione.
Nutrivo il sospetto che tale atteggiamento avesse una qualche parte nel disagio del ragazzo. Ma niente! Lo scienziato era tetragono, ancorato alle sue certezze supportate da una brillante carriera nell’ambito della ricerca medica. Depressione adolescenziale quindi, la cui eziopatogenesi va ricercata in disfunzioni neurobiologiche. I fattori relazionali, l’atmosfera familiare, la qualità del rapporto padre figlio erano secondo questo signore aria fritta, fumisterie psicologistiche ecc ecc

Questo atteggiamento, che presuppone un paradigma epistemologico che potremmo definire deterministico-meccanomorfico, non è prerogativa esclusiva di chi opera in area medica, ma è molto diffuso nella mentalità comune e non poco presente anche nella cultura psicologica; alcuni termini come: paziente, psicodiagnosi, psicopatologia, guarigione, sindrome, disturbo lo testimoniano.

Ma veniamo al dunque. Personalmente sono in sintonia con l’orientamento filosofico prospettivista che non considera i modelli epistemologici giusti o sbagliati, validi o non validi, moderni o obsoleti. Piuttosto introduce il concetto di idoneità o congruenza epistemologica fra il paradigma prescelto ed il livello di realtà che si intende esplorare. Mi spiego meglio. Il succitato paradigma deterministico-meccanomorfico è sicuramente adatto e congruo se devo curare un‘influenza, per cui ho bisogno di una dia-gnosi (conoscenza attraverso) che mi conduca tramite lo studio dei sintomi all’individuazione della causa soggiacente e quindi all’individuazione di una terapia mirata.
Ma se ci addentriamo nel complesso territorio del benessere psicologico/relazionale, siamo sicuri che tale modello sia il più idoneo e congruo?
Affinché la questione non appaia una sterile e speciosa querelle per anime belle, cercherò di illustrare tramite la presentazione di un caso le implicazioni molto pratiche e concrete delle “scelte “ epistemologiche del terapeuta e del cliente, esplicite o implicite, consapevoli o non consapevoli all’interno di un processo psicologico di cura .

La cliente in questione era una signora sessantenne. Si rivolse a me perché affetta da Dap. Si presentò proprio così. Dap è un acronimo che sta per “disturbo da attacchi di panico”. Mi narrò che era stata in cura per oltre quattro anni da una psichiatra-psicoterapeuta a Milano.
Si era stancata di recarsi tutte le settimane fuori Brescia anche perché i risultati della terapia farmacologica/psicologica erano stati modesti.
Infatti mi raccontava che gli attacchi di panico si erano un po’ attenuati ma continuavano a rappresentare, seppur in forma edulcorata, un appuntamento quotidiano. Infatti la signora trascorreva le giornate tra una faccenda domestica e l’altra in attenta auscultazione dei segnali psicologici e fisiologici (battito cardiaco, frequenza della respirazione, senso di costrizione, attivazione neurovegetativa ecc) che interpretava come precursori o ambasciatori del Dap (d’ora in poi per comodità lo chiameremo così), che incombeva quindi come una spada di Damocle sulla sua esistenza. Il Dap era diventato quindi la personificazione, la reificazione di un costrutto teorico, un’ipostasi come la definiscono i filosofi (hypo=sotto, stasi=stare), secondo un processo mentale tipico del paradigma epistemologico deterministico/meccanomorfico per cui
attraverso (dia) i sintomi o segnali si giunge alla conoscenza (gnosi) della realtà soggiacente. Del resto i nomignoli come Dap o Doc (disturbo ossessivo-compulsivo) si prestano molto bene a concretizzare e incarnare quelli che sono concetti meramente descrittivi facendoli apparire entità fisico/metafisiche presenti nella nostra mente, veri e propri piccoli o grandi mostri con i quali dobbiamo venire a patti. Mi resi conto che la signora era prigioniera non del Dap, ma del suo castello epistemologico con il quale probabilmente la precedente terapeuta aveva colluso assolutizzando il paradigma deterministico/meccanomorfo.

Aiutai la signora a ri-significare le sensazioni e le emozioni che aveva sempre interpretato come emissarie del Dap. Scopri così gradualmente che a volte si trattava di rabbia, a volte di paura in altre occasioni di tristezza o financo di gioia. Il mostro Dap iniziò a sgretolarsi e la signora imparò a connettere le sue emozioni alle vicende della sua vita. Un po’ per volta riprese a star meglio, riacquistò una buona qualità del
sonno e ad avvertire la sua esistenza come più ricca, articolata e feconda.
La tirannia del Dap era finita. Ma soprattutto la signora aveva appreso un metodo. Passando dal precedente modello epistemologico, seppur inconsapevole, ad un paradigma di stampo chiaramente costruttivista aveva imparato a sentirsi parte attiva e co-autrice del suo stesso benessere emotivo, psicologico e relazionale.

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